Articolo di Alberto Visonà
Foto da www.lazione.it
Mosso da una irrefrenabile voglia di saperne di più, ho aperto Google e ho digitato ‘Bepi De Marzi’. Sulla destra dello schermo, nel sunto, tra le scarne note biografiche relative al Maestro, ho visto apparire ‘Genere: Musica classica’.
Musica classica?
Incuriosito, sono entrato in Wikipedia e ho quindi scritto ‘Musica classica’, trovando nell’incipit del primo paragrafo la seguente descrizione:
“Col termine musica classica ci si riferisce alla musica colta, sacra e profana, composta o avente radici nel contesto della cultura occidentale.”
Tutto corrisponde, quindi: il Maestro De Marzi nella musica classica ci sta dentro con tutte le scarpe. Organista e clavicembalista nei Solisti Veneti sotto la direzione del compianto Claudio Scimone (dei quali segnalo la splendida registrazione de “Le quattro stagioni” di A.Vivaldi, primo violino Piero Toso, Ed. Erato), insegnante di musica prima in una scuola media e poi in altri istituti fino al Conservatorio “Pollini” di Padova, deve la sua fama in special modo alla creazione del gruppo corale “I Crodaioli” ad Arzignano.
Ciò che mi ha spinto a cercare maggiori notizie su Bepi De Marzi non è stata solo la voglia di acquisire ulteriori conoscenze (1), ma l’emozione data da una serie di passeggiate in montagna (Pale di San Martino ed Altopiano di Asiago) che questa estate mi ha riportato, conseguentemente a una serie di associazioni mentali, ad estrarre da remoti cassetti della memoria il nome del musicista arzignanese. E, soprattutto, le parole e le note della sua opera più celebre, più tradotta e, probabilmente, più eseguita.
L’autore de “Joska la rossa”, “Monte Pasubio”, “La Sisilla” e di almeno un centinaio di altri canti popolari, molti dei quali entrati nella tradizione alpina, ha iscritto il proprio nome nella Storia della Musica principalmente con “Signore delle Cime”, composta quando non aveva che ventritré anni. Il brano è una commovente commemorazione funebre creata in ricordo di un amico scomparso durante un’escursione in montagna. L’armonico intreccio tra il testo, una preghiera, e la melodia dolcemente malinconica ed evocativa, portano l’anima dell’ascoltatore a staccarsi e a librarsi in cieli azzurri, graffiati da cime eterne avvolte da nevi immacolate e da un irreale silenzio rotto solo dal respiro del vento. La composizione resterà immortale per avere cantato i temi della fede, dell’amicizia e della natura, qui madre severa e nel contempo accogliente e protettiva, in modo semplice e toccante, senza mai essere straziante.
Tali sono la popolarità e la diffusione del canto, ormai diventato l’inno delle nostre montagne, che molte persone lo considerano composto da un autore ignoto. Un’opera senza tempo, quindi, che ci appartiene, che appartiene alla nostra storia e alle nostre tradizioni, che commuove da più di sessant’anni e che commuoverà ancora a lungo stringendo i cuori e accarezzando le anime.
(1) Circa la sua biografia, le sue numerose opere ed il suo pensiero assai critico rivolto al futuro che si prospetta per la musica corale o verso la liturgia – “…perché nelle chiese hanno chiuso gli organi a canne…” – do mandato alla vostra curiosità di dirigere e muovere le falangette sulle tastiere dei dispositivi elettronici di cui disponete. In particolare segnalo una interessante intervista, della quale al seguente link; https://www.lazione.it/Attualita/Bepi-de-Marzi-Invento-canti-e-dico-della-terra
Signore delle Cime (De Marzi)
Dio del cielo,
Signore delle cime,
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.
Santa Maria,
Signora della neve,
copri col bianco,
soffice mantello,
il nostro amico,
il nostro fratello.
Su nel Paradiso
lascialo andare
per le tue montagne.

