Articolo di Alberto Visonà
Provo a salire su una vecchia Fiat 600 del ’57, la metto in moto e parto… per dove? Mah, sai che c’è? Quasi quasi me ne vado a Tokio. Che ci vuole? In traghetto fino all’Albania e poi Grecia, Turchia, Irak, Iran, Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Vietnam, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud e un altro traghetto per giungere finalmente in Giappone. Il tutto in tre mesi e mezzo. Beh niente male, vien da dire, considerando le condizioni delle strade, del mezzo – assai scomodo, stanti gli standard cui siamo abituati – le situazioni politiche, il caldo, il freddo, i monsoni o cos’altro vogliate metterci per ostacolare il viaggio fino al punto da renderlo leggendario, epico.
Penso che in una situazione analoga si sia trovato il thienese Arturo Ferrarin quando, nel 1920, salì a bordo del suo Ansaldo SVA9, un aereo con un passato importante che prese parte all’ultimo anno della Grande Guerra e, soprattutto, portò il Vate nei cieli di Vienna per compiere la sua celeberrima impresa. La fiducia nel futuro, nel progresso e nella tecnologia muovevano le ali dei Pionieri del Volo, non si spiega altrimenti il coraggio di salire su quegli antichi velivoli, dei veri e propri baracchini se visti con gli occhi dei nostri tempi. Il coraggio e l’incoscienza di sfidare la Forza di Gravità, la consapevolezza di essere i primi e di fare la storia. In fondo sono passati poco più di 16 anni da quando i fratelli Wright portavano il loro Flyer a staccarsi da terra per 36 metri ed in questo brevissimo lasso di tempo Blériot, Chàvez, la De Laroche, Farman hanno aggiunto imprese su imprese rendendo sempre più popolare la neonata aviazione. A questi nuovi miti si aggiunsero gli eroi della Prima Guerra Mondiale, come il nostro Francesco Baracca, figure strategicamente forse ancora un po’ marginali nell’economia del conflitto, ma che con le loro azioni hanno scolpito nella mente e nel cuore delle persone i loro nomi ancor più di coloro che la guerra e i suoi orrori l’hanno conosciuta veramente.
Il coraggio e l’incoscienza, dicevo, gli stessi che hanno portato Jurij Gagarin in orbita, Auguste Piccard sul fondo della fossa delle Marianne o Neil Armstrong e Buzz Aldrin a passeggiare sul suolo lunare e che, ne sono certo, hanno guidato i passi di Arturo Ferrarin, il 14 febbraio 1920, il giorno dopo aver compiuto il suo venticinquesimo compleanno e 16 anni e due mesi dopo il volo del Wright Flyer, verso lo SVA9 per decollare alla volta di Gioia del Colle, Valona, Salonicco, Smirne e poi altre tappe esotiche e sempre più lontane come Baghdad, Karachi, Calcutta, Rangoon, Bangkok, Shangai, Pechino, Seoul fino alla meta finale, Tokio, ove fu accolto da trionfatore il 31 maggio al termine di un’avventura lunga circa 16.000 km.
Il nome di Arturo Ferrarin è legato ad altre imprese che sono passate alla storia, la più importante delle quali ha avuto luogo nel 1928, un anno dopo la trasvolata oceanica di Charles Linbergh. Insieme al Capitano Carlo Del Prete decollò da Guidonia il 3 luglio, direzione Brasile, a bordo di un Savoia Marchetti S.64 per stabilire il record mondiale di distanza in linea retta senza scalo. L’atterraggio (d’emergenza, in quanto giunsero alla spiaggia di Port Natal con poche gocce di carburante) ebbe luogo il 5 luglio, dopo 49 ore e 19 minuti, alle spalle 7.188 km di volo.
Le medaglie, i riconoscimenti, il successo, le gelosie di Italo Balbo, la tragica fine durante un collaudo nel 1941 sono tutti eventi consegnati ai posteri. Quel che resta nella memoria sono le numerose imprese di Arturo Ferrarin, un grande pilota, un pioniere, un asso che ha portato in alto il nome di Vicenza e dell’Aeronautica italiana.



